Città Santa VI

bobo blaster

KOLHAPUR – ARPORA GOA

Non è ancora l’alba ma ho già fatto colazione nel piccolo e modesto ma pulitissimo alberghetto di Kolhapur, piccola cittatidina del XIX secolo nel centro della quale c’è un bel palazzo abbandonato appartenuto al maràja Shivati.
ieri notte prima di coricarmi ho fatto un 2 passi nel quartiere vecchio e ho scorto un piccolo tempio dedicato ad Anuman, il dio che ho scelto come se fosse il mio Padre Pio (in india potete farlo) già 10 anni fa.
Betta, che è il mio guro culturale per ciò che riguarda l’induismo e le sue divinità che sono millemila, mi svelò che potevo scegliarmi un dio protettore e mi fece vedere il catalogo spiegandomi le varie caratteristiche e gesta di questi dei indu e tra
i moltissimi personaggi pittoreschi con 5 braccia o la testa da elefante, oppure mezzo corpo da pinna gialla e il resto da capretto che non mi ispiravano per niente, trovai Anuman, un fiero guerriero scimmia che sfidò i demoni per conto di Rama al quale avevano rapito la bellissima moglie e portata a Shri Lanka che vuol dire appunto, L’isola dei demoni.
azz…ganzo pensai, così diventò il mio dio e ogni volta che vedo qualcosa dedicato a lui, mi fermo e faccio una piccola offerta.
son sikurissimo che è stato Lui a scacciare i cagniacci che si stavano pappando il Rovagnati morto.

” oh grandissimo Anuman, io mi inginokkio a Te, concedimi qualche gniocca in più e n’artra ventina di anni in moto e ti compro un baobab altissimo con milliaglia di liane”.

sta sorgendo il sole, è l’orario giusto per partire, se tutto andrà per il verso giusto, stasera sarò ad Arpora nel mio ashram.

apro il rubinetto della benzina, dal sottile tubicino trasparente giallo,vedo la benzina scendere verso il carburatore e tiro la levetta dell’aria.
controllo che lancetta sia posizionata al centro del voltometro e giro la leva alzavalvole mentre col piede destro spingo la la pedivella dell’accensione fino a trovare il punto morto poi la faccio risalire di un mezzo giro e….

Trompfff….gniente

rieseguo la lunga operazione

Trompfff…..gniente

risetto il tutto nuovamente

Trompffff….gniente

chiudo l’aria

Trompfff….gniente

alcune gocce di sudore mi scendono dalla fronte fino alla punta del naso e cadono sul serbatoio…azz mi ero appena fatto la doccia…ma ste kazzo di moto angloindiane sembrano aver proprio preso il peggio dei 2 paesi…
rifaccio per l’ennesima volta la procedura stanno attentissimo a tutti i particolari.

trompfff……GNIENTE

adesso sul serbatoio si spiaccicano mille gocce del mio sangue.

la strada su cui mi trovo non è asfaltata, spingere sulla terra sarebbe un massacro.
faccio quello che so perfettamente che non dovrei fare, mi alzo dalla sella e con tutta la mia forza spingo sulla pedivella d’accensione…..

con la punta del piede sbatto contro una pietra e il rinculo del corsa lunga mi fa vibrare la rotula i menischi e tutto ciò di doloroso ci sta intorno.

nonostante tenti di trattenermi orgogliosamente perchè come al solito in india c’è sempre mezza folla che ti guarda, un latrato di dolore mi esce sibilando dalle labbra socchiuse e le mascelle serrate dalla sofferenza.

facendo finta di nulla, rieseguo l’operazione nonostante non abbia più forza nella gamba.

TROOOOOOOOOOOOOMPTTT…….. TROOOOOOOOOOOOOOOOMPTTTTT……. TROOOOOOOOOOOOOMPTTT

fan culo ANUMAN, iniziamo male.

il dolore al ditone del piede destro mi accompagnerà per tutta la giornata e dato che è proprio il piede del cambio, la cosa mi ha dato parecchio fastidio, in special modo in scalata dove dovevo usare la punta del piede, meno male che ormai il feeling con la moto è totale.
adesso posso permettermi di scalare senza la frizione, conosco l’erogazione del vecchio motore inglese come se l’avessi progettato io, cambio rapporto esattamente al momento giusto pare abbia il cambio ravvicinato come le formula 1, non sforzo più inutilmente il corsa lunga Enfield ma lo sfrutto al meglio e tutto ciò che trovavo inefficiente (praticamente tutto) adesso l’ho tarato esattamente alle caratteristiche della moto.
certo, i freni non si sono migliorati da soli, lo stesso dicasi per la ciclistica o le gomme, ma sono io che sono migliorato nel guidarla, compio manovre che avrei ritenuto impensabili fino a qualche giorno fa.
quando gli indiani mi vedono arrivare da lontano a certe velocità, si siedono belli comodi per vedere come mi spiaccicherò alla curva in fondo al rettilineo, certi baracchini han fatto soldi con me, Mirande a vagonate nelle chicanes.
praticamente, ormai mi si è chiusa la vena anche quì, con un po di vergogna confesso di aver ceduto a più di un ingarellamento con qualche smanettone indiano (ce ne sono pure qui) e a parte i primi due giorni dove tra guida a sinistra, scarsa conoscenza del mezzo, cambio e freni posizionati in maniera opposta alle nostre moto, dopo non ce n’era più per nessuno, se i loro mezzi erano più veloci, non facevo altro che aspettare le curve e swraaaaaaam, i miei pneumatici quadrati raggiungevano un limite mai visto prima a queste latitudini.
25 cv alla ruota non sono uno scherzo, basta un po di brecciolino e finisci nel gange, mika pizza e fichi, quelli ci mettono un cazzo a tirare su una pira e darti fuoco.
una volta ho raggiunto i cento all’ora.
giuro.
gli indiani hanno regole ben precise nel guidare e non si imparano certo nelle nostre scuola guida, ma una volta capite,
si va sul l’olio.
ad esempio, non bisogna pensare che dietro quella curva non ci saranno mai 2 camion in pieno sorpasso, mi è capitato più di una volta di assistere a sorpassi interminabili con i clakson pigiati tra pulman e camion che seminavano terrore sulla strade.
tutto è possibile e l’impossibile lo pensi solo perchè non l’hai ancora visto, ma c’è.

dopo un primo tratto abbastanza noioso e molto trafficato di camion e corriere stracolme di gente, finalmente lascio la strada principale per seguire un percorso alternativo che mi hanno suggerito perchè più suggestivo e con meno traffico.
dopo un po mi rendo però conto che le indicazioni sono scarse e scritte in indi, una scrittura tra l’arabo e il russo, mi faccio la rotta seguendo i numeri che indicano i km dalle città che poi ricavo consultando la cartina che ho con me.
verso le 13,30 dopo soli 3 pit stop per bere e stare qualche minuto sotto un albero, decido di fermarmi in un ristorantino con una bella veranda sulla strada, ho percorso quasi 180 km in cinque ore.
mi trovo nel pieno dell’india rurale, forse la vera india, quella che ancora ognuno si immagina, l’india dai mille colori pastello, dagli odori intensi di spezie, dalle donne nei loro sari luccicanti, degli elefanti e dai loro padroni con grossi turbanti.
se nelle grandi città è raro imbattersi a cerimoniali e usanze arcaiche, nell’india rurale, quella più povera, è ancora possibile imbattersi in santoni erranti, in pifferai, in persone che per poche rupie si trafiggono le carni o mangino spadoni
roventi.
oggi non ho visto una minkia di tutto ciò ma ho mangiato da dio, il fried rise vegetale era squisito e la macedonia che mi hanno fatto su richiesta penso sia stata la migliore che abbia mai mangiato fino ad oggi, del conto non ne parliamo neppure, ad occhio e croce mi costa di più la briosce e il cappucino che prendo tutte le mattine sotto casa.
guardo l’ora, le 14,35, mi mancano ancora almeno 3/4 ore di strada, prima di partire mi fermo a fare il pieno, la benzina
rispetto all’anno scorso è salita parecchio, adesso costa sui 70 centesimi di euro(aazzooo).
ci sono parecchie mandrie di bufale sulla strada e devo fare molta attenzione ma la strada seppure mal ridotta è bellissima, ai lati da una parte ho un fiume e dall’altra una foresta verdissima.
con il passare dei kilometri il paesaggio si fa sempre più familiare, segno che sto avvicinandomi alla costa, lascio il Maharastra ed entro nella regione di Goa, ormai è quasi il tramonto; ho le gambe e le braccia indolenzite, mi faccio forza pensando di essere quasi arrivato.
improvvisamente, mentre sto procedendo lungo un rettilineo, a qualche centinaio di metri davanti a me, vedo un uomo attraversare la strada e stramazzare a terra senza un motivo apparente.
decelerando, mi avvicino fino a fermarmi ad un paio di metri dal corpo del uomo.
scendo dalla moto e mi avvicino, si tratta di un vecchio di circa una settantina di anni dai capelli e barba bianchi, è raggomitolato su se stesso ed è percosso da spasmi improvvisi, dalla bocca esce una bava giallognola schiumosa.
accanto a lui 2 sacchetti di plastica trasparente contenenti in una, dei pescetti e nell’altra, della farina.
intorno a me nessuno.
non so che fare, mi rendo conto che il poveretto è quasi sicuramente in preda ad una crisi epilettica, ma non ho il coraggio di mettergli le mani in bocca senza dei guanti, in india la tubercolosi è diffusissima.
riesco a trascinarlo sul ciglio della strada mentre vedo sopraggiungere una corriera che si ferma accanto alla moto che era rimasta in mezzo alla strada.
spiego alla gente che mi si avvicina cosa è successo e qualcuno provvede a portare delle cipolle che vengono spezzate e messe sotto il naso del povero vecchio che dopo qualche istante, sembra riprendersi.
prendo i 2 sacchetti e glieli porto vicino sussurrandogli ” now it’s ok, your food it’s here”, ma il vecchio non mi risponde, i suoi occhi sono velati, sembra perso nel suo destino miserabile, un senso di enorme disagio e impotenza mi pervade mentre alzandomi saluto i soccorritori e mi rimetto in sella cercando inutilmente di fuggire il più lontano possibile dai tristi pensieri che quella scena ha impresso nella mia mente.
superata una collina, vedo finalmente il mare all’orizzonte e ripenso a tutta la strada che ho fatto in questi 6 giorni di viaggio, alla fatica, al caldo e alla sete che ho patito, ma tutto adesso mi sembra lontano e sbiadito, la vicinanza alla meta mi fa dimenticare la fatica e lo stress
degli ultimi 2 giorni di viaggio.
il mare è sempre più vicino, lo scorgo a tratti tra la boscaglia, il sole prossimo al tramonto lo colora di un argento scintillante, decido di fermarmi su un’altura a picco sul oceano per godermi lo spettacolo del tramonto.
scendo dalla moto e mi siedo appoggiandomi ad una grossa palma curvata dal vento dei monsoni, il sole è una sfera rossa e il gracchiare dei corvi annuncia la fine del giorno mentre una brezza tiepida mi accarezza il volto.
mi accendo una marlboro e penso a tutte le cose che ho fatto, ai momenti tristi ed ai momenti felici ma sopra tutto penso come mai mi è stato concesso così tanto nonostante durante la mia esistenza abbia sempre spinto al massimo sull’acceleratore della vita. eppure non ho mai preteso tanta grazia e il vedere tanti amici meno fortunati andarsene per molto, molto meno di quello che ho fatto io, non fa che convincermi di quanto possano essere complesse le combinazioni che regolano la nostra esistenza, è come se ci trovassimo in un labirinto dove la lunghezza del cammino della nostra vita dipende esclusivamente dalle strade che inconsapevolmente crediamo di scegliere,
ma in realtà, quelle strade fino ad un determinato punto le abbiamo già percorse e di vita in vita, continueremo a percorrerle per piccoli tratti finchè troveremo con l’esperienza inconsapevole, l’uscita dal labirinto della vita terrena, il destino non esiste, negherebbe la ragione stessa della vita.
Grazie India.

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Gli altri post della serie

  1. Città Santa VI (24 marzo 2009)
  2. Città Santa V (16 marzo 2009)
  3. Città Santa IV (10 marzo 2009)
  4. Città Santa III (9 marzo 2009)
  5. Città Santa II (7 marzo 2009)
  6. Città Santa I (6 marzo 2009)

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