mag 29 2009

La vera storia dei Sapeurs

Jean Sapeur

Prima di mio padre, mio nonno e ancor prima il mio bisnonno, erano tutti stati dei Grand ovvero erano andati a Parigi e ritornati in Congo guadagnandosi così l’onorificenza di Grand, ovvero di aristocratico di eleganza suprema.
La mia famiglia, è originaria della Costa D’Avorio ma vivevamo a Brazzaville in Congo. Fin da bambino, accompagnavo mio padre che faceva il sapeur, a matrimoni, feste, funerali e a tutti quegli avvenimenti che richiedevano la presenza di un sapeur.
Mio padre, come mio nonno e ancor prima di lui mio bisnonno, dormivano tutta la mattina poi, verso mezzogiorno, si facevano portare la colazione in camera e incominciavano la vestizione.
A Bakongo, un quartiere popolare e polveroso di Brazzaville, faceva sempre un caldo torrido e la gente girava con l’ombrello aperto vestita per lo più con calzoncini, ciabatte e maglietta.
Ma i sapeur mai, verso le quattro e mezza, uscivano in abito grigio, cravatta, cappello, camicia sempre di un bianco immacolato e persino guanti neri e bastone da passeggio per andare a presenziare una qualche cerimonia.
Da noi, se uno non si può permettere di pagare un sapeur, vuol dire che non sta messo bene e allora la gente fa i sacrifici per affittarne uno.
Quando mio padre Wemba usciva di casa, la gente nel caldo soffocante applaudiva e gridava “Sei perfetto, sei un vero Grand”
Essere un sapeur è molto più che vestirsi elegantemente, è una filosofia di vita e bisogna essere ammessi alla “Sociètè d’ambianceurs et personne èlègantes” di Khinshasa.
Tutti i ministri e i personaggi più importanti dell’ Africa hanno imparato a vestirsi da mio nonno Bastiàn o da papà Wemba.
Anch’io a Brazzaville ero un sapeur, poi per diventare un Grand sono andato a Parigi dove ho vissuto gl’ultimi 5 anni prima di venire a vivere a Milano per lavorare con Vanna Marchi.

Ecco la foto di papa Wemba

jeansapeurgrand


mag 27 2009

Tatuaggi

Jean Sapeur

La tradizione del tatuaggio è molto antica e nulla ha a che vedere con il vezzo di oggi di farsi dipingere sul corpo in modo indelebile disegni e simboli spesso ridicoli o senza alcun senso per chi li porta.
Epici son diventati i tatuaggi tribali rubati agli aborigeni e sfoggiati da calciatori,tronisti, harleysti e qualche miglione di minkioni senza identità.
Anche le donne occidentali, fino a qualche anno fa, fatta eccezione delle prostitute e delle attrici porno, solitamente erano pulite da tatuaggi, adesso invece ostentano come minimo delle grosse ali sul fondoschiena per non parlare di rose, serpenti e quantaltro di pessimo gusto sui seni o nei pressi della vagina anch’essa modaiolamente depilata come nei secoli scorsi era d’obbligo avere per poter svolgere il meretricio.
Insomma sembra che la volgarità e il superficialismo dettino le regole del bon ton del coatto medio moderno.
L’arte e la tradizione del tatuaggio intesa come espressione di appartenenza di un gruppo o di sofferenza individuale, sono tuttavia rimaste in enclavi protette ognuna delle quali ha leggi e regole ben precise alle quali è obbligatorio attenersi per non incorrere a severe punizioni culminanti, nei casi più gravi, anche con la morte del trasgressore.
Oggi ci sono in giro parecchi minkioni che si portano tatuati sul corpo simboli sacri esibendoli in discoteca come se fossero camicette o infradito alla moda senza immaginare che se un giorno per sfiga, capitasse loro di incontrare le persone sbagliate, non avrebbero lacrime sufficenti per evitare qualche settimana in ospedale per riempire di carne nuova il buco che gli lasceranno al posto del tatuaggio.
Pochi sanno che il tatuaggio non si “fa” ma si “soffre”, è d’uso in gergo criminale dire “mi soffro il tatuaggio” e non mi faccio un tatuaggio perchè viene inciso dopo una sofferenza (carcere,tortura, omicidio, perdita di una persona cara); sono solo i minkioni che si fanno i tatuaggi, quelli che non hanno la minima idea del perchè e del per come, basta averlo, possibilmente il più visibile e colorato possibile, un pò come il rolex, l’auto o la moto che non potrebbero permettersi.
Anche le varie parti del corpo hanno una loro importanza, la regola non scritta osservata da quasi tutte le comunità criminali o guerriere, impongono che i tatuaggi vengano incisi a partire dalle parti periferiche del corpo, si parte dai piedi e dalle mani per finire sulle braccia, il petto e la schiena vengono per ultimi
E di solito si vedono su persone dai quarant’anni in poi.
Per il volto e il cranio è un discorso a parte, se in alcune tribù guerriere viene fatto in giovane età, nella società criminale vengono sofferti solo se non c’è più spazio sulle altre parti del corpo.
Il tatuaggio è spesso usato come lasciapassare, una garanzia per non essere aggrediti o addirittura come un messaggio preciso, decifrabile solo all’entourage criminale, tanto che ad esempio, nella russia comunista i tatuaggi erano vietati e puniti con il carcere duro.
Io, se fossi in qualcuno di voi, dormirei preoccupato.

Jean Sapeur

(traduzione bobo blaster)


mag 27 2009

Ladri di motociclette

kowalski

Erano tre o quattro giorni che lo vedevo, un Ciao verde, bello, col variatore, qualcuno lo aveva abbandonato lì, appoggiato ad un palo, anomalia nel paesaggio, canto di sirena.

Avevo sedici anni, una gran voglia di avere un motorino ed una quantità inversamente proporzionale di denaro nelle tasche. Mia madre poi… figurati… ai miei timidi accenni di comprare un motorino, sentenziava un: “il motorino è pericoloso… pensa a studiare!” .
La curiosità per quell’oggetto abbandonato aumentava sempre di più, ogni volta che portavo giù il cane a pisciare andavo subito a vedere se c’era ancora.
C’era.
Sempre.
E la mente dei miei sedici anni volava…”…sicuramente è rubato, rubato ed abbandonato lì per mancanza di benzina, ma certo… è appoggiato al palo, il ladro nella fretta non si è certo dato la briga di metterlo sul cavalletto…”

La storia era già bell’e scritta, solo che io non lo sapevo ancora, così un pomeriggio tornando a casa da scuola, una forza invisibile mi trascinò verso il motorino.
Era ancora lì, immobile, inanimato, ferro inutile, in attesa di arrugginire in un deposito giudiziario.

Montai in sella.
Chissà se parte? Continue reading


mag 25 2009

Il motto del Nasty Donkey

bobo blaster

C’è chi si gode la vita, chi la subisce, chi la soffre, il Nasty Donkey la combatte.


mag 21 2009

Arrivano dagli States…

bobo blaster

… per salire sulla moto del Presidente

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Roxane, Tucson


mag 20 2009

Il perfetto Nasty Donkey

bobo blaster

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mag 19 2009

Un Presidente per amico III

titoi d.c.

IN MOTO CON BOBO (BRACCATO DA UN SAMURAI)

Finita la storia del casco partiamo per Casola, dove speriamo di arrivare in tempo per la MOTOGP. Sono 9 km dritti e 12 km di Cisa. Ovviamente faccio strada io, e la presenza del buon Kowalski alle ns spalle con i frigobar appesi alla ST mi fa propendere per tenere un passo tranquillo, insomma le classiche due pieghe fra amici. Avere bobo alle spalle è un tremore continuo, guidi costantemente in fibrillazione. A lui non importa che la strada sia sconosciuta, a lui importa di BRACCARTI, PEDINARTI. E lo fa in un modo che incute timore e tensione. La regola per lui è quella di allineare il proprio perno ruotas anteriore sx al tuo perno ruota posteriore destro. Questo anche a costo di verificare la tenuta sulle margherite dei Dunlop Qualifier. A Ozzano Taro per questo motivo ha rischiato di andare in tabaccheria a prendere le sigarette con tutta la moto. Quindi normalmente visionando lo specchio dx ti trovi gli occhi insanguinolenti di bobo ingobbito nel cupolino. L’ansia comincia a venirti quando iniziano le curve. Quando esci lo cerchi non lo trovi più negli specchi, e l’istinto ti porta a chiederti se possa avere avuto un problema. Ma non è così. Lui è come i gemelli Derrick nel cartone animato di Shingo Tamai, quelli che non sapevi se erano uno o due. Lui o sparisce o si sdoppia. Guardi a destra e invece è a 40 cm a sx. Guardi a sx e lui è a dx. Un’ansia costante. L’esperienza più bella sono i tornanti. Io, che conosco la strada a menadito, dentro di me penso di fargli vedere dove mettere le ruote, anche perchè la strada è messa malino. Ma lui non ha bisogno di tutto ciò. Lui il tornante lo allarga a filo carreggiata, butta giù l’MV e ti ricompare all’interno in uscita, con le valvole radiali che ti urlano nel casco. Non è una sfida, ma un avvertimento. Anzi una tutela per te, poi ho capito il motivo. La curva dopo sparisce ancora dagli specchi, e il tornante successivo hai ancora il suo Qualifier nel padiglione auricolare.

Poco dopo arrivati, davanti agli insaccati, al formaggino e al rosso gli chiedo:

bobo, ma che bisogno hai di braccarmi in quel modo all’interno? Se mi succede qualcosa mi sei addosso in un attimo!Stiamo andando tranquilli….

Io lo faccio per te. Se perdi l’anteriore io ti entro nella fiancata risollevandoti ed evitandoti la caduta

Un vero amico. :shock:


mag 18 2009

Un Presidente per amico II

titoi d.c.

PARTE SECONDA

Gli accordi con Bobo erano: a sx al casello di Fornovo prendiamo il caffè poi si va a Varano. Preciso arrivo al bar verso Varano, apro il cell, trovo 5 chiamate di bobo. Era al bar a DESTRA. Vabbè. Cominciamo bene. “E Kowalski?” “E’ già là, era stufo di aspettare”. Mah… Facciamo gli 8 km che ci separano da Varano, arriviamo in circuito e parcheggiamo.

Secondo dramma: povca tvoia non va il bloccadisco!
In sostanza l’aver depositato il bloccadisco nel sottosella dell’MV ha fuso la parte in plastica, rendendolo inutilizzabile. Ma questo lo si è saputo dopo, ossia dopo che mi ha fatto tirare fuori la trousse degli attrezzi della Speed per cercare di sistemarlo. Ovviamente essendo bollente si è pure scottato. Poi dopo aver appurato che non si poteva utilizzare, gli è venuto in mente che l’MV ha il bloccasterzo. Bene. Moto chiusa, possiamo andare. E per due orette abbiamo guardato le vecchiette.

Terzo dramma: “Vacca boia il casco in tvibuna!
Succede che, dopo la parata dei campioni, io kowa e il blaster ci appropinquiamo alle motorelle per andare a cibarci. Ma la visione di Kent Andersson incartapecorito e di Carlos Lavado con la badante lo manda in estasi fotografica. Scena: Kowa tienimi il casco che vado a fare le foto. Va a fare le foto, kowalski va verso l’uscita, dopo 5 min il blaster torna da me e mi fa: CAZZO IL CASCO!!!! L’HO LASCIATO IN TVIBUNA!!!!!!!!!! Corre in un nanosecondo le scale, io lo guardo sparire basito, mentre da tergo mi appare kowalski con due caschi in mano. Telefonata dai contenuti irripetibili e problema risolto.

FINE SECONDA PARTE


mag 18 2009

Un Presidente per amico I

kowalski

Andare in giro una giornata col blaster è ugualmente divertente e stancante, in quanto Bobo è l’espressione motociclistica del Dadaismo.

“Allora domani appuntamento alle dieci casello melegnano col pieno fatto ok ok ok ciao”.

Alle dieci e venti mi erano passate davanti tutte le marche dell’annuario Motociclismo, compresa la Hyosung, ma MV niente…

Dieci e ventidue, al casello c’è una moto rossa che è circa tre minuti che sta prendendo il biglietto, non può essere che il nostro eroe futurista.

E’ in ritardo perche doveva caricare le batterie della Nikon che gli avevo chiesto di portare.

Hai fatto almeno il pieno? Sìssì, ieri sera, ok partiamo.

Siamo in ritardo, ma le dieci di mattina per un artista del suo rango, è il massimo che si può chiedere; fosse stato per me sarei già a Varano da due ore, per assaporare il risveglio del paddock, ma lasciamo perdere…

Parto davanti io, per punirlo del ritardo, lui si sta ancora infilando il casco, vienimi a prendere, che tanto vado piano.

Appena vedo il puntino rosso che si ingrandisce nel retrovisore apro tutto l’apribile, 210, 220, 230, 240… guardo dietro, niente più puntino rosso… possibile, il blaster che non raccoglie…?
Mi sposto verso la corsia centrale, passo in mezzo a due macchine al doppio della loro velocità, riguardo lo specchietto, mi appare Bobo Blaster in Full Screen.
Era a non più di quaranta centimetri dalla mia ruota… poi mi supera in un latrato di RG 3 assolutamente “not for road use”.
Si era nascosto come un ninja,è sempre così, quando vai in giro col Blaster, lui non ti segue, ti bracca. SI MUOVE FRA LE ZONE D’OMBRA DEI TUOI SPECCHIETTI, NASCONDENDOSI ALLA VISTA DEL PROPRIO NEMICO.
A Fiorenzuola, mi passa facendomi il segnale col pollice verso, tipico di chi deve fare benzina.
Entriamo nell’area di servizio, io mi faccio da parte, oltre le pompe di benzina, vedo che lui mi segue.
Mi levo il casco.
Ma non dovevi fare benza?
No, volevo fumare una sigaretta.

Non puoi strangolare un tuo amico per così poco, ma il pensiero, per un attimo ce l’ho avuto, lo confesso. Il segnale della benzina sarebbe stata l’unica cosa che mi avrebbe fatto fermare e quindi perdere tempo, e il nostro Marinetti delle due ruote lo sapeva bene…

Arriviamo a Fornovo in anticipo di mezz’ora sulla tabella di marcia, nonostante la partenza in ritardo e la sosta inutile. Spero che la mia teoria sul Tutor sia valida, altrimenti dovrò emigrare in Brasile…
Casello, il blaster, davanti a me, per tre minuti si incarna nella Dea Kali e mi regala uno spettacolo teatrale diviso in due tempi:
Primo tempo: “La Dea Kali alla ricerca del biglietto” durata un minuto.
Secondo tempo: La Dea Kali alla ricerca del portafogli” durata due minuti.
Rimasi talmente incantato da tutto quel soave roteare di mani, da dimenticarmi di preparare a mia volta biglietto e soldi, causando probabilmente una crisi di nervi all’auto che seguiva dietro.

FINE PRIMA PARTE


mag 18 2009

Bikes e Piloti leggendari

bobo blaster

eccovi il filmato della partenza all’ASI Show di Varano del 17 maggio
2009