Quando i motociclisti ti salutano

kowalski

Estate 1982, avevo vent’anni, la moto e la fidanzata.
Ogni giorno cavalcavo sia l’una che l’altra.
Il mondo mi sembrava una cosa meravigliosa.

La mia moto era una Honda XL 500 S, una delle primissime “Enduro” comparse sulle strade italiane alla fine degli anni ‘70, appena dopo la celeberrima Yamaha XT 500.
La mia fidanzata era la mitica Eva, mora, siciliana, oscuro e imperscrutabile oggetto del desiderio dell’adolescenza di quartiere, la classica strafiga di periferia che non cagava nessuno, fino a quando il suo sguardo di ambra non incontrò il mio.

Una Domenica decidemmo di andare in montagna a fare un pic-nic.
Trovammo il nostro Eden in alta Valle Brembana, in un altipiano a 2000 metri a ridosso del Rifugio Calvi, un posto incantevole, raggiungibile solo tramite una mulattiera, terreno ideale per le ruote tassellate della mia Honda.

Stesi il lenzuolo su di un prato fiorito, nei pressi di un torrentello. Sembrava veramente di essere in paradiso, c’ero io, c’era Eva e c’era il serpente con il frutto proibito, che venne mangiato fra un panino e una Coca Cola.

Fu proprio una bella giornata e verso sera sbaraccammo per tornare nella metropoli maledetta.

In quegli anni, non c’erano in giro tante moto come adesso, ed era buona norma salutare i motociclisti che si incrociavano per strada.
Era una bella cosa, ti faceva sentire parte di un mondo che aveva ancora un sentore di eroico, di imprese epiche, di corse nel vento, lanciati a manetta su moto instabili e senza freni, eravamo giovani eroi futuristi, ebbri di adrenalina, a cavallo del rischio.

Scendendo al piccolo trotto verso valle, mentre mi avvicinavo a un tornante a destra, notai una piccola folla di motociclisti schierati lungo il muretto esterno che mi salutava vigorosamente, manco fossi Francesco Moser al Giro d’Italia.
Mi preparai a rallentare per affrontare il tornante, stupito da tanta cordialità.
Appena toccai i freni, ne capii il motivo.
Mi ritrovai a piedi, a correre scompostamente a trenta all’ora giù per la strada in discesa, mentre alla mia sinistra, moto e fidanzata scorrevano sull’asfalto.
Con la coda dell’occhio, mentre cercavo disperatamente di non cadere, controllavo la traiettoria del pacchetto moto-fidanzata, cercando di calcolare velocità e la distanza dalla roccia. Per fortuna si fermarono senza urtare niente.
Pensando allo scarico rovente, mi scaraventai ad alzare la moto da sopra la fidanzata, cercando disperatamente il pulsante rosso di spegnimento per interrompere il fuorigiri.
In un lampo comparirono parecchie mani ad aiutarmi, alcune si occuparono della moto, mentre io mi occupavo di Eva.
Stima veloce dei danni: Eva in piedi, cammina, niente sangue, tutto ok, l’abbracciai.
Guardai l’asfalto, luccicava che sembrava vetro. Anzi, era vetro.

Si avvicinarono i motociclisti. Notai i giubbotti di pelle da smanettoni. Qualcuno aveva pure il casco.
Guardai loro, poi girai lo sguardo verso le moto parcheggiate lungo l’estremita’ del tornante. Erano di grossa cilindrata e tutte portavano evidenti segni di un contatto con l’asfalto.
Erano caduti tutti.

– “Tutto bene ?”

– “ Sì, sì, tutto bene, grazie ”

– “ Ma non hai visto che ti facevamo segno ? ”

– “Mah… sinceramente non…”

Non feci in tempo a finire la frase… ci voltammo tutti verso la strada in salita, dalla quale proveniva un frullare lamentoso, un rumore inconfondibile… stava scendendo una Vespa.

La Vespa era ben nota per avere una stabilità precaria già di suo, quindi, viste le circostanze, ci preparammo al peggio.

La Vespa comparì da dietro la roccia.
Era un Primavera.
Erano su in due.
Il disastro era imminente.

Ci mettemmo tutti a sbracciare e a gridare, mentre prudentemente, ci spostavamo fuori dalla probabile traiettoria del mezzo destinato al sacrificio. Giurerei di aver sentito qualcuno mormorare cinicamente le quotazioni di una scommessa…

La Vespa scalò dalla terza alla seconda, il motore emise un sibilo rauco, che lasciò subito il posto al classico gracchiare sordo che fa la Vespa quando striscia sull’asfalto.

Stessa scena, appena vissuta sulla pelle mia e di Eva.
Non si erano fatti niente, meno male.

Andai a recuperare la mia Honda, era appoggiata col manubrio alla roccia.
Partì dopo tre calci ben assestati, mi avvicinai al gruppetto rombando per farmi coraggio e feci salire la mia bella, che nel frattempo era già stata messa incinta cinque o sei volte con lo sguardo.
Lasciai i motociclisti in attesa del prossimo spettacolo, io, dal canto mio, avevo già avuto troppe emozioni in un giorno solo.


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