Life during wartime…

kowalski

Amici miei, vi voglio raccontare una storia, una storia del giorno d’oggi, anche se è appena di ieri, ma purtroppo continua a succedere tutti i giorni.

Lavoro presso un grosso stabilimento che produce carta stampata, molto probabilmente a casa vostra c’è almeno un giornale che è uscito dalle nostre macchine.

Prima che una testata vada in macchina, c’è tutto un traffico fra noi, l’editore, le agenzie di pubblicità e gli studi di fotocomposizione, di bozze, cianografiche, prove colore, che vanno viste, corrette, approvate, fino ad arrivare al definitivo che finalmente va in stampa.
E il tutto con una certa fretta, che le rotative hanno sempre fame.
La mia squadra si occupa di portare in giro tutto il lavoro di cui sopra, ed io sono quello che deve far girare tutto il luna park nel verso giusto.

Io e la mia squadra non siamo assunti direttamente dalla ditta che stampa, ma secondo un costume ormai purtroppo dilagante, siamo assunti da una società di servizi (nome altisonante per legittimare quella che una volta si chiamava Cooperativa e prima ancora Carovana) cioè siamo nel precariato più assoluto.
Oggi c’è lavoro, mi servi, ti faccio lavorare, domani non c’è lavoro, non mi servi, stai a casa. Grosso modo le cose stanno così.

I primi di agosto, al ritorno dalle ferie, il pezzo grosso della mia cooperativa mi telefona e dice che mi deve parlare, io siccome so che le ferie nel nostro settore precario sono generalmente usate come ghigliottina del personale, comincio seriamente a preoccuparmi.
Cerco di estorcergli qualcosa al telefono, ma lui rimane sul vago e dandomi appuntamento per l’indomani, cerca addirittura di blandirmi. 
Pericolo imminente.

Mattina del giorno dopo, sono teso come una corda di violino, dopo aver fatto partire i miei per il loro Urban Rally mattutino, mi presento nell’ufficio dei miei capi.

Sono in due, per comodità li chiameremo Testadimerda n°1 e Testadimerda n°2. Parte il numero uno con una Filippica sul lavoro, la crisi, le banche, ecc. ecc. io sto a sentirlo, attento a non perdermi una parola, una sfumatura, un “non detto”, che visto l’ambiente infame è più importante della parola esplicita.
Parte il numero due che è l’operativo del gruppo, cioè normalmente quello contro le cui idee di merda mi tocca generalmente scontrarmi. Il più pericoloso dei due.

– “Sai, Ale, per contenere i costi, pensavamo di sostituire il nostro personale con dei padroncini, così risparmiamo il noleggio dei Doblò, il gasolio e l’autostrada. Tu comunque rimarrai a coordinare la squadra…”

– “E chi sarebbero ‘sti padroncini ?”

– “Gente che viene dalla SDA, gente che fa 100-120 consegne al giorno, gente del mestiere, voi quante ne fate, quindici, venti ?”

– “Ecco appunto, il loro è un altro mestiere”

Non mi ascoltano neanche.

– “Domani ci incontriamo col loro responsabile, e cominciamo con uno di loro.

Non posso certo oppormi, posso solo accennare che il nostro lavoro è un po’ particolare, “Client Oriented”, che serve gente addestrata, che conosce perfettamente Milano e il suo traffico, le strade alternative per evitare le code, per essere indietro con il materiale per andare in stampa in orario, il giro dei clienti e le loro particolari esigenze, i loro orari ecc. ecc. ma di fronte alla formula “contenimento dei costi”, devo purtroppo abbozzare, senza contare che l’idea di lasciare a casa due persone con cui ho lavorato sempre bene, due persone con famiglia, mi mette parecchio a disagio.
Abbiamo oltrepassato la soglia dell’Outsourcing, siamo nell’Outersourcing.

Il contenimento dei costi mi si presenta l’indomani sottoforma di un peruviano accigliato e taciturno di nome Ramòn, munito di un enorme quanto inutile furgone frigo fatiscente. 
Ramon ha una somiglianza impressionante con Ivàn Zamorano, ex attaccante dell’Inter. 
Da ora in poi Ramon sarà meglio conosciuto come Zamorano. 

Dopo aver dato ai miei il “semaforo verde-scatenate l’inferno”, mi prendo un giro facile, dato che essendo Agosto, tanti clienti sono chiusi. Salgo sul furgone di Zamorano, voglio vedere come si muove, come lavora.

Il furgone ha la cella frigorifera, ma non l’aria condizionata, in compenso ha uno stereo che vale più di tutto il furgone che spara Gloria Estefàn a manetta. Andiamo bene…
Abbasso subito il volume. Mi guarda male ma non dice niente. Checcazzo, il furgone sarà tuo ma io sono il tuo capo, con quasi diritto di vita o morte, siamo in Cooperativa, no?

Gli do istruzioni sul dove si deve dirigere, lui non dice una parola e caccia fuori dal marsupio un navigatore satellitare. Di bene in meglio…
Il navigatore, nel nostro lavoro, è più una maledizione che altro, perché ti fa fare le strade che vuole lui, senza tener conto del traffico. Chi va in giro spesso lo sa, a volte è meglio fare una strada più lunga con poco traffico, che la strada più breve, ma che fanno tutti. Senza poi contare le scorciatoie, le vie di fuga, ecc. ecc.
Ma tanto è Agosto, traffico zero, va bene comunque, i conti veri si faranno a settembre.
Dentro quel furgone fa un caldo infernale, i finestrini aperti non aiutano, entra solo rumore, rendendo la cosa se possibile ancor più insopportabile.
Cerco di intavolare un discorso col mio Outersourcer, ma scopro con sgomento che sa giusto quattro-cinque parole. I miei precedenti viaggi in Messico mi vengono in aiuto. 
Ciliegina sulla torta, Zamorano fa le curve con la frizione schiacciata, sono inorridito, ma d’altronde, è pur sempre un calciatore…
Torno a casa distrutto dal caldo e demoralizzato.

I giorni seguenti è pure peggio. I miei ragazzi mi guardano con aria interrogativa, guardano il peruviano con sospetto, dico loro che è solo una prova, mentendo sapendo di mentire, mi sento di merda, senza contare che Zamorano, come efficienza lavorativa è poco più di zero. 
Nel mio lavoro specifico, passo quasi metà del mio tempo al telefono con i capi commessa e con i clienti, per dare poi istruzioni diverse in tempo reale ai miei ragazzi a seconda delle situazioni di emergenza che si verificano durante la giornata, e non sono poche. 
Zamorano al telefono è un disastro, capisco la metà di quello che dice, devo gridare, farmi capire, interpretare, non so mai se ha capito tutto, mi fa vivere perennemente in ansia.

Passano due o tre giorni, mi chiama il mio capo Testadimerda 2, per sapere come va il peruviano, gli rispondo che a parte che non sa l’italiano, non sa le strade e fa le curve con la frizione schiacciata, tutto sommato va bene.

Lui non capisce l’ironia, mi rincuora come farebbe un Tenente con i suoi soldati in trincea mentre lui si avvia verso le retrovie, mi dice di tenerlo informato, che appena il lavoro aumenta dobbiamo inserire un altro peruviano in squadra.
Devo tenerlo informato… ma informato di cosa, che stiamo scivolando verso il baratro?

Passano i giorni, siamo a Ferragosto e con la scusa delle ferie, con infamia si abbatte la mannaia silenziosa sulla testa di uno dei miei, a favore di un altro contenimento dei costi peruviano, volenteroso e furgonemunito. 

Arriva settembre, il lavoro come il traffico aumenta drasticamente. E mo’ sono i cazzi veri.

Mi prosciugo letteralmente l’anima per far funzionare una squadra azzoppata dalla logica del profitto, ma i primi disservizi inevitabilmente si verificano, e da lì le prime lamentele nei miei confronti da parte dell’azienda appaltatrice. Io alzo le mani scusandomi che con i mezzi che mi hanno dato a disposizione, quello è il massimo che possiamo ottenere. 
Mi sento male, essere in condizioni di fare male il mio lavoro mi mette in uno stato di agitazione costante, incurabile, devastante, senza contare gli sbattimenti quadruplicati per tappare le falle del sistema. Tutte le sere arrivo a casa distrutto. Ma il bello doveva ancora venire.

Durante un colloquio telefonico con il mio capo Testadimerda n°2 succede qualcosa che metterà tutta la faccenda su di un piano inclinato, come in un film di Hitchcock, gli eventi diverranno veloci e inarrestabili.
Mi chiama per sapere come va e come non va, i furgoni, i peruviani e bla bla bla…ma dal tono sento che la telefonata ha tutt’altro scopo, fino a quando lui si espone con un:

– “Ale, ma perché non ti apri una Partita IVA ?”

– “ Partita IVA ?? E perché? “

– “ No, sai, così prenderesti tu in mano la gestione dei furgoni e dei fattorini… e poi…”

– “ Alt. Io non apro nessuna fottuta Partita IVA. Ne ho avuta una per quattro anni una decina di anni fa, e non voglio ripetere la meravigliosa esperienza…”

– “ No, sai… era così per dire, un’idea… adesso ti devo lasciare, ho una chiamata sotto. Click.”

Partita IVA… stava succedendo qualcosa che non mi tornava, boh… Da lì a pochi secondi la suoneria del cellulare aziendale, con annessa la sua bella rottura di coglioni da risolvere, mi distolse da quei pensieri. Ma una spia rossa di allarme rimase accesa, in un angolo da qualche parte nel mio cervello.

Una mattina, erano passati due giorni da quella telefonata, mi si presentò a sorpresa il mio Capo Testadimerda N° 2 con al seguito il Grande Capo dei peruviani, cioè colui che era padrone dei furgoni fatiscenti con i quali i suoi due scagnozzi sottopagati, rendevano a noi un servizio in outsourcing a ritmo di salsa e merengue.
Guardo l’ora, le nove e dieci passate, se mi doveva rompere i coglioni, aveva scelto il momento peggiore, la mattina e il primo pomeriggio, dovevo raggruppare il lavoro di quattro stabilimenti diversi, scegliere delle priorità e costruire i giri per i mezzi, per garantire l’uscita alle nove e mezza, tutto in meno di un quarto d’ora. 

– “ Ale, ti volevo presentare Jorge, il responsabile dei ragazzi sudamericani, portatelo con te qualche giorno, così gli fai vedere il tuo lavoro, le telefonate, sai, è sempre utile avere qualcuno che ti sostituisce… magari ti capita di non star bene…”

– “ … O di rimanere a casa…?”

La mia frase rimane cristallizzata per un attimo nell’aria, imbarazzo, silenzio totale, il mio telefono mi salva in corner, aggiungendo un problema da risolvere velocemente prima di far partire i furgoni.

Faccio cenno al mio capo che è importante, e che ci saremmo aggiornati dopo, mentre con un orecchio ascoltavo la telefonata, e con l’altro l’eco delle parole del mio capo.
…Gli fai vedere il tuo lavoro… Qualcuno che ti sostituisce…
Mi stavano facendo fuori.
Ero anch’io un costo da contenere.
Ci stavano facendo fuori tutti.

Fortunatamente era un venerdì, finii la giornata in apnea, impedendomi di pensare, poi passai il week end nella disperazione più cupa. 
Dovevo assolutamente porre rimedio a quasta situazione assurda, doveva esserci una via d’uscita, dovevo impedire allo straniero di entrare a Stalingrado.

Cercai di analizzare la situazione con mente lucida, difficile, con lo spettro della disoccupazione che ti alita sul collo, ma qualcosa emerse dai miei pensieri confusi, era una parola: Professionalità.

Visto che i disservizi, causati dalla scarsa professionalità di Zamorano e il suo socio, erano ormai all’ordine del giorno, cercai di amplificarli, di dargli risalto. Cominciai una campagna di diffamazione sotterranea nei confronti dello straniero invasore e cialtrone, mirata ai vertici dell’azienda, che poi erano le vittime dirette dei disservizi. 
Quando i capi commessa mi interpellavano per qualche problema, io facevo spallucce e dicevo semplicemente che con gente come quella non potevo garantire un servizio adeguato, che i problemi sarebbero diventati la normalità, che ci facessero l’abitudine, visto che a breve sarebbero rimasti ad avere a che fare solo con loro.
In breve nell’azienda ci fu un clima di solidarietà e patriottismo, e l’invasore cominciava a essere additato. 
Bene.
Ma ancora non bastava.

Ci misi del mio nel scodellare ai due invasori, dei giri strutturati in maniera tale di farli tornare in ditta sempre in ritardo, ma senza mai compromettere il corretto funzionamento dell’azienda.
Diciamo che rimanevamo nella soglia del panico senza arrivare alla catastrofe che era il “Fermo Macchina”, l’incubo delle aziende.
Ma ancora non bastava.

Andai a parlare col direttore dello stabilimento.

Gli dissi che ci stavano facendo fuori in nome dello straniero e del contenimento dei costi.
Lui mi rispose che gli dispiaceva, ma che essendo noi esterni, lui non aveva potere decisionale sul nostro personale.

Gli risposi che aveva potere decisionale sulla qualità del servizio.

Mi guardò, capì perfettamente la situazione, era un uomo di operazioni, e qualche voce sui cambiamenti e i disservizi gli era sicuramente arrivata.

Mi congedò dicendomi che avrebbe monitorato la situazione e nello specifico avrebbe preso dei provvedimenti.

Continuai per la mia strada ancora per qualche giorno, finchè una sera, mentre era a cena fuori con un amico, successe l’apoteosi del mio piano, l’imprevisto che salva il condannato innocente, l’arrivo della cavalleria quando i poveri coloni erano ormai circondati dai Mescaleros, successe il miracolo.

Erano ormai le nove e mezza di sera, i peruviani dovevano essere rientrati in ditta coi documenti necessari ormai da almeno due ore, quando sento la suoneria del cellulare aziendale.
Strano, in un’anno mai successo a quest’ora, boh, vediamo.
Era Rambelli, il Responsabile della programmazione macchine. Uno spiritello gelido mi scese giù per la schiena.

– “ Ale ciao, scusa l’orario, ma non trovo le ciano di ********, tu non ne sai niente ?” 

– “ So che le aveva Zamorano, l’ho sentito verso le sei che le aveva ritirate dal cliente, anche calcolando la sua velocità da bradipo malato non sarebbe comunque dovuto rientrare dopo le sette. Hai provato a vedere di sopra se magari lo stordito le ha messe sul tavolo della programmazione di domani ?”

– “Vado a vedere e ti richiamo”

Passa un minuto, la pizza si raffredda, se non si trova la busta è un bel problema. Suona il cellulare.

– “ Niente Ale non le trovo” 

– “ Ok sento io Ramon, ti faccio sapere.”

Mentre il telefono di Ramon suona per la quinta volta senza risposta, uno scenario apocalittico si profila all’orizzonte. Finisco la pizza col cellulare attaccato all’orecchio che fa tuuuuuu… tuuuuuu… tuuuuuu…

Poi succede il miracolo: Zamorano risponde, e subito un Maelstrom di rumore si riversa nel mio timpano destro. 
No, non può essere… no, dai… quel rumore, è unico, no, cazzo non è possibile, il rumore dei rumori, primordiale, che sa di battaglie sotto cieli oscuri, di ferro, di sangue, di fuoco, di gloria, di polvere e di morte.
E’ evidente, lo stronzo è allo stadio.
E io sono nella merda fino al collo.

Gridando, gli chiedo delle ciano di ******** sentendomi ridicolo in mezzo al ristorante.

Mi rispondono in 63.588 paganti, incasso di 2.871.625 euro. Missione impossibile.

Chiamo Rambelli per comunicargli che le sue ciano sono a vedere Inter – Barcellona in Champions League, che sono costernato e che non so come risolvergli il problema, dato che sono a cena in un ristorante vicino Cremona e dato che già non capisco quando Zamorano mi parla normalmente, figurati quando è in curva allo stadio.
Chiude dicendomi di dargli il telefono di quello sciagurato e che ci pensa lui.

Dopo venti minuti mi chiama il mio Capo Testadimerda N°1, chiedendomi lumi sull’accaduto, e il numero di cellulare di Zamorano, che logicamente dovevo aspettarmi fosse interista.
Quella notte riuscii a dormire poco, di un sonno agitato, ma non fui certo il solo.
Seppi da Rambelli verso l’una che le ciano le andò a prendere e consegnare personalmente il mio Capo Testadimerda N°1. a bordo della sua Kawasaki Z 1000 nuova fiammante. 
Un Pony Express di lusso.
Domani in ditta sarebbe successo il finimondo.

Il giorno dopo, riunione straordinaria: Zamorano espulso a vita, reintegro immediato di uno dei miei ragazzi, sorrisi, pacche sulle spalle. 
Per la prima volta in un mese e mezzo ero contento.

Con la fine di Settembre se ne andò anche il secondo peruviano. 

Avevo vinto.
Avevo scacciato l’invasore straniero.
Avevo salvato tre posti di lavoro, compreso soprattutto il mio. 

E poi dicono che gli extracomunitari servono, perché gli italiani non vogliono più fare certi lavori…

******** è un nome di fantasia


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