Backyard extreme riding

kowalski

Ho voluto la bicicletta, e mo’ mi tocca pedalare.
In realtà non l’ho voluta io, me l’ha praticamente imposta la Dottoressa Viviani dell’Ospedale Maggiore Niguarda, colei che mi ha fatto il check up in vista di un’operazione chirurgica che ho subito tre mesi fa.
” Signor Kowalski, lei per ora sta bene, ma nelle sue analisi si vedono chiari i segnali di una persona non più giovane e sovrappeso, se non inizia a fare attività fisica regolare, in capo a quattro/cinque anni, comincerà col dover prendere pastiglie per la pressione, poi per il cuore, poi per il fegato, il mal di schiena… ”
“Ok ok ok… ho capito dottoressa, mi risparmi il triste percorso del crepuscolo della mia vita”
Buona la Viviani, una MILF di rango, magra, bionda, due occhi azzurri spietati, coronati da bellissime rughe, probabile regalo di nottate passate in Pronto Soccorso a salvare vite umane; il camice sterile e immacolato presenta un casto ma autorevole rigonfiamento a livello toracico.
Lava sotto la cenere…
Immediatamente i suoi consigli hanno fatto breccia nel mio cuore.
Allora…perdere peso, attività fisica… uhm, scarto a priori la palestra di body building, ne ho frequentate in un’altra vita, puzzano di sudore chimico da diete improbabili, condite da steroidi anabolizzanti, da dare il voltastomaco; ci sarebbero le arti marziali, anche quelle le ho praticate un paio di vite fa, puzza di piedi, nasi rotti e disciplina militare: non ci siamo neanche qui.
Nel frattempo mi capita per le mani un libro di tre pazzi che a fine anni ’90 si fanno in bicicletta da Trieste a Istanbul, oltre duemila km attraverso i Balcani martoriati da una guerra appena terminata, in rotta verso lo Stargate dell’Islam.
Folgorato sulla via per Istanbul.
Ho deciso, mi compro la bici.
Andare per strada in bici lo ritengo troppo pericoloso, poi da motociclista ho un odio viscerale verso i ciclisti, sempre in mezzo ai coglioni, te li trovi normalmente affiancati in gruppo a trenta all’ora dietro alla curva che tu fai a ottanta, riesci compiendo un miracolo ad evitare una strage, gli suoni e loro ti rispondono cantandoti un coro di vaffanculo.
Rimane la mountain bike, che essendo io amante della montagna, della solitudine, del silenzio, mi appare come l’unica scelta sensata.
Mi metto subito alla ricerca del mezzo, rimanendo inorridito dai prezzi da capogiro delle biciclette, conseguenza naturale dell’evoluzione dei materiali e dei componenti.
Inevitabilmente mi rivolgo al mercato dell’usato, dove grazie ai preziosi consigli di amici già praticanti dello sport, riesco a orientarmi nella intricata selva delle offerte di mercato.
Allora… l’ho voluta, l’ho cercata, l’ho inseguita e alla fine l’ho trovata. Una bella Mountain Bike, full suspended, usata ma tenuta bene, come diceva Luca Carboni.
E mo’ mi tocca pedalare.

Primo sabato di Gennaio, cielo terso, al sole fa quasi caldo, tira un vento teso da nord, la voglia di provare la bici è tanta. Accendo il computer, vado su un sito di ciclismo che ha un database di percorsi ciclabili, ne scelgo uno che fa per me, un’anello di 28 km scarsi, misto sentiero e asfalto, dislivello altimetrico zero, passa a due km da casa mia. Cerco di imprimermelo nella memoria.

Sono le dieci del mattino, inizia la vestizione del guerriero.
Fuseaux neri tecnici con simil-pannolone interno per preservare le terga dal sellino modello Torquemada, maglia nera maniche lunghe aderentissima in materiale plastico altamente infiammabile, scarpe tecniche Shimano a sette velocità più le ridotte.

Mi guardo nello specchio con fierezza: sembro una melanzana con le scarpe antinfortunistiche.
L’istinto è quello di tornare a letto, ma l’immagine della dottoressa Viviani fuga ogni mia debolezza, il mio inconscio ha diabolicamente applicato il “transfer” fra lei e la bicicletta.
Scendo giù nel sotterraneo, apro il portone del box, salto sulla dottoressa Viviani e affronto allegramente la rampa che porta verso la gloria.

Nei primi metri cerco di capire come funzionano i cambi, ci sono quattro leve, due grosse e due piccole, ci smanetto un po’…facile, le grosse per scalare, le piccole per andare, prendo confidenza coi freni, che vanno pelati, soprattutto l’anteriore, pena il ribaltamento.
Dopo poche centinaia di metri il sentiero finisce perpendicolare alla SS Rivoltana, che attraverso senza neanche venire travolto da un TIR.
Ora sono in aperta campagna, sentiero in ghiaia leggera e terra battuta, pedalo felice, in splendida solitudine, in fuga dal traffico e dal rumore, solo campi deserti e fruscio di pneumatici.
Improvvisamente il sentiero finisce, o meglio punta dritto verso una cascina.
Cerco di mandare la memoria al punto di intersezione del percorso ciclabile, mi guardo intorno, nessun riferimento, solo campi spogli e tracce di trattore.
E’ passato neanche un quarto d’ora e mi sono già perso nel deserto dietro casa.
Seguo le tracce di trattore fra il limitare del campo sulla mia destra e un canale alla mia sinistra, il mio istinto mi dice di andare a sud, sto andando bene.
Il terreno si fa più pesante, quasi fangoso, merito della neve che sciogliendosi ha impregnato il terreno; sono costretto ad accorciare il rapporto, corona media pignone quasi grande.
Arrivo in un punto di confine fra quattro campi diversi, attraverso la roggia che li separa passando sulla chiusa in granito, bici in spalla; una traversa lunga due metri e larga si e no trenta centimetri. Nel campo a sud, non ci sono tracce di trattore, costeggio la roggia viaggiando nell’erba morta intrisa d’acqua.
Fatica boia, corona piccola pignone medio.
Il campo finisce a ridosso di un canalone circondato da piante selvatiche e sterpaglie alte tre metri. Scendo dalla bici a dare un’occhiata: bene, è secco, si può attarversare.
Il canalone è profondo circa tre metri, le pareti sono di fango, a scendere no problem, a salire devo usare la tecnica da parete ghiacciata: a calci affondo le punte delle mie Shimano nuove di pacca nel fango e in questo modo, bici in spalla e aggrappandomi alle sterpaglie, guadagno la vetta. C’è una parvenza di sentiero verso ovest, sempre a bordo campo, e in lontananza una costruzione. Ormai respiro con la bocca aperta, sono già in debito di ossigeno e non ho fatto neanche tre chilometri.
Un campo alla volta arrivo nelle vicinanze di una strada, la riconosco, è quella in mezzo ai campi che faccio per tornare a casa quando l’arteria principale è intasata dal traffico. Ci divide un canale inguadabile, vado avanti un trecento metri fino quando trovo una chiusa che fa da ponticello, e sono sull’asfalto.
Pedalo un rapporto medio senza sforzo costeggiando la zona industriale deserta, arrivando in una frazione di paese, dove trovo un miniparco con un laghetto meraviglioso, con le oche, le anatre, i cigni e soprattutto una fontanella alla quale mi abbevero avidamente.
Faccio il calcolo di dove sono, sono dentro il percorso che mi ero prefissato di fare, ma le indicazioni sono inesistenti, dopo un pezzo di pista ciclabile che presto finisce, piuttosto che ributtarmi in strada, cerco l’avventura per i campi.
Vedo un sentiero che si perde nella campagna verso ovest, direzione Idroscalo, mi pare buono, aggiro la catena e lo imbocco, scoprendo che dopo poche centinaia di metri il sentiero scompare e sono costretto a bordeggiare e attraversare le rogge che delimitano i campi.
A sud vedo un’enorme tramoggia spuntare da dietro la boscaglia, bene, dev’essere una cava, una di quelle due di cui parlava il road book.
Punto direttamente verso di essa, arrivo ad una radura a ridosso della cava, niente sentiero solo erba fradicia e un solco di fango con impronte di scarponi e zampe di cane che costeggia la cava.
Seminascosta dalle sterpaglie giace una sagoma inconfondibile ma assolutamente surreale: la parte sinistra di una Smart grigia tagliata in due longitudinalmente…incredibile.
Di notte qui dev’essere un mondo parallelo…
Riprendo il viaggio verso ovest, costeggiando la cava, che è recintata e protetta da due canali gemelli, abbastanza profondi, di cui uno con acqua.
Sull’altro versante dei canali passeggia una ragazza con due cani, uno piccolo e uno grosso, quello piccolo si avvede di una presenza estranea e comincia ad abbaiare istericamente, mettendo in allarme la padrona ma soprattutto il cane grosso, che nonostante le urla di richiamo della ragazza, ringhiando si interessa a quella sagoma scura su ruote che si staglia sulla Rive Droite.
Confidai nella profondità dei canali, in particolar modo di quello con dentro l’acqua, come deterrente alla furia canina, ma uno splash alle mie spalle fugò velocemente le mie speranze.
Mi misi in piedi sui pedali allungai un paio di rapporti e bestemmiando spinsi lo spingibile, il ringhio galoppante si fece vicino, sempre più vicino, fino a che il richiamo della padrona o forse la Madonna dei Campi, ebbero la meglio sugli istinti belluini del fottuto quadrupede, preservando i miei lombi da un inglorioso destino.
Ero salvo, ma la volata inattesa mi aveva tagliato le gambe, decisi così di fare rotta verso casa. Una rotta qualsiasi, la più breve, tanto mi ero perso.
Nell’attraversare un campo di fango in un vento gelido e contrario, mi accorgo di un problema ai pedali, sentivo come se avessero un’orbita irregolare. Imputai il fatto al fango che ricopriva ormai la parte bassa della bici e tirai dritto.
Ero finito in un campo molto ben curato, terreno tipo campo da golf, allestito con garitte nascoste da vegetazione artefatta, un poligono per cacciatori, con tanto di oasi di relax con gazebo e tavolo da pic nic. Fu grazie alla natura meno ostile del terreno che mi accorsi di stare perdendo il pedale sinistro, ecco cos’era la pedalata strana. Ci mancava pure questa.
Sdraiai la D.ssa Viviani su un fianco per visitarla.
La vite che bloccava il pedale sinistro sul mozzo era quasi uscita tutta dalla sede, ancora qualche metro e l’avrei persa, con conseguenze inimmaginabili.
Aprii il marsupio alla ricerca dell’attrezzo multiuso che avevo saggiamente comprato al Dehatlon* per la modica cifra di 4 euro.
La serie di brugole arrivava alla 6, la vite dei pedali era da 8, riuscii a stringerla in qualche maniera ficcandoci dentro la 6 più il cacciavite a taglio.
Da li in poi fu un calvario di fango, canali da aggirare o scalare se privi di acqua, vento gelido contrario, ogni tanto dovevo anche stringere la vite del pedale, con le mani ghiacciate, guardavo l’orizzonte a nord, direzione casa, casa, casa.
L’ultimo pezzo lo feci tagliando i campi in diagonale, controvento, col rapporto estremo da Macchu Picchu, con gli occhi che lacrimavano, gridando e bestemmiando di quelle bestemmie da lotta contro gli elementi, “Aaaaaaahhhhhhhhhh”…”Por*******ioooooooooooooo”… ogni tanto facendomi coraggio con un “Cammenaaaaaamooooooooooo”…
Salutai l’asfalto del vialetto di casa mia come una benedizione divina, ero stravolto, io e la mia bici eravamo un pezzo di fango, ma ero salvo, ero a casa, con tutti i pedali attaccati, ero felice, grazie dottoressa Viviani, grazie.


One Response to “Backyard extreme riding”

  • avatar racunovodski servis Says:

    Bear in mind you can not always win. A number days, the most ingenious individual is likely to taste defeat. However , there is, usually, always another day – soon after you have done your best to achieve success today.

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