Il sonno dell’innocenza

kowalski

Conobbi Laura a cena in un Cinese, uno di quelli con quel favoloso tavolo rotante.
Laura era amica della fidanzata di un mio amico, laureata in Ingegneria Elettronica, rossa di capelli, belloccia, procace, single e scassacazzo. Almeno così dicevano.
Proveniva da una solida famiglia di ingegneri e imprenditori infulcrati nel centro delle Langhe, terra di grandi vini ma anche di grandi lavoratori della terra, caratteristica genetica che non si faticava a riconoscere nelle generose fattezze della bella Ingegnera.
Laura non mi piaceva. Vestita in modo approssimativo, niente trucco ne parrucco, la trovavo poco femminile, poco appariscente. Metteva avanti a se il suo prodigioso intelletto. L’estetica era per donne senza cervello.
A cena nonostante ci misero vicini apposta, non feci nulla per ingraziarmela, anzi, polemizzavo apposta su ogni cosa uscisse dalla sua bocca, vincendo numerosi alterchi opponendo alla sua cultura e raziocinio la mia sagacia, buttandola in caciara, generando ilarità fra i commensali e guadagnandomi i loro consensi come conseguenza.
Ci salutammo a fine serata con un certo rispetto, come due generali nemici ma che hanno combattuto con onore; seppi poi dalla fidanzata del mio amico, che questo tenerle testa la portò a generare un certo interesse nei miei confronti, ma Laura continuava a non piacermi.
La rividi un paio di volte, lei e la coppia di miei amici, fra cui un’uscita in moto in cui l’ebbi come felice passeggera.
Laura adorava la moto, pur non possedendone una, in quanto non aveva neanche la patente.
Ricordo la pressione delle sue tette enormi sulla mia schiena e il calore che ne proveniva, seppur mitigato dai non proprio leggeri indumenti, lo percepivo nettamente soprattutto in discesa, dove Laura mi si incollava e mi surriscaldava letteralmente col suo corpaccio da Ingegnere Contadino.
Mi rimase qualcosa da tutto quel calore animale, tanto che a fine giro le chiesi il telefono.
Uscimmo a cena due forse tre volte, la sua vita era stata un sacrificio nel nome della scienza, animale da biblioteca, Laurea, Master negli States, dove aveva vissuto per cinque anni, lavorava presso la filiale italiana di un’industria aerospaziale, aveva a che fare coi satelliti, provò a spiegarmi ma non ci capii un cazzo. Capii però che Laura non aveva praticamente mai avuto un fidanzato e che erano anni che non scopava.
A fine cena, la trascinai con l’inganno a casa mia, oddio, se glielo avessi chiesto, ci sarebbe pure venuta volentieri, solo che non volevo metterla in imbarazzo, recitai così la parte del solito maschio mascalzone italiano.
Mi inventai di aver lasciato a casa il portafogli con dentro la patente, lei si offrì pure di pagare il conto ma non fu necessario perché da sempre porto i soldi nella tasca anteriore dei pantaloni, come avevo visto fare ai malavitosi del mio quartiere.
Quello che successe dopo ve lo lascio immaginare.

Laura, come tutte le donne, aveva dei pregi e dei difetti.
E’ aritmetica, quando la somma dei difetti supera quella dei pregi, è meglio mollare il colpo.
I pregi erano che era colta, ricca di famiglia, aveva due tette enormi e aveva sempre voglia di scopare.
I difetti erano che paradossalmente lei e la sensualità erano due universi paralleli, che non si sarebbero mai incontrati, se non in un telefilm di Star Trek.
A dispetto del suo aspetto procace, era, diciamo, poco comunicativa, non collaborava, era come in un terreno sconosciuto, poveretta non aveva la minima idea. Salvo poi al raggiungimento improvviso dell’orgasmo, trasfigurare completamente e prorompere in impressionanti urla da mattatoio, con mio grande sgomento e preoccupazione per i vicini. E questo era un altro difetto.
Una volta addirittura smisi di fare quello che stavo (evidentemente bene) facendo e fra l’infastidito e il dispiaciuto le chiesi spiegazioni sulle sue emissioni sonore, lei rispose semplicemente che lo sapeva e le dispiaceva, ma che non ci poteva fare niente.

Pregi e difetti.

Abbandonai così il progetto Laura.
Lei capì e dopo qualche telefonata e qualche piagnucolata sulle spalle della coppia dei miei comuni amici, mi lasciò in pace definitivamente.
Fino a un sabato pomeriggio.
Avete presente quegli oscuri sabati pomeriggio milanesi di metà novembre, senza famiglia, senza donna, senza amici, troppo freddo per andare in moto, niente in televisione, solo come un cane, quando è troppo pesante fare i conti con te stesso? Li avete presente?
Quando fai scorrere freneticamente la rubrica del cellulare e in un attimo arrivi alla Z di Zia Maria non trovando la benché minima soluzione umana a un sabato pomeriggio disastroso?
Allora che fai, rifai scorrere la rubrica con un approccio diverso, più umile, se vogliamo, con una rete a maglia sempre più stretta, fino all’ignominia, fino a grattare il fondo del barile pur di non passare il fine settimana da solo con la tua depressione.
Ecco che il pollice si blocca su un nome.
Laura Ing.
Chissà come sta?
Ma va… lascia perdere, si sarà fidanzata con un intellettuale audioleso…
Eppure…
Vediamo un po’…

“Ciao Laura sono Kowalski, come stai?”
“Ciao Kowalski, io sto bene, ma sai che sei uno stronzo, che fine hai fatto, non hai mai risposto alle mie chiamate…”
“Avevo finito il credito”
Silenzio.
Risata soffocata. La ragazza aveva spirito.
L’avevo agganciata all’amo.
Non le diedi il tempo di dire niente.
“Senti, ma tu ce l’hai sempre la casa di Sanremo?”
“Sì perché?”
“Non è che ti piacerebbe andarci per fuggire da questa giornata uggiosa insieme a me?”
Non le diedi il tempo di rispondere.
“Dai, ti passo a prendere fra un’ora e stasera cena a base di pesce in ristorantino vista mare, va bene ?”
“Mah non so devo preparare una relazione che martedì vengono gli Americani…”
“Ecco appunto martedì, ora ti rilassi al mare così lunedì gli prepari una bella relazione…ciao, a dopo!”
Avevo risolto, avrei ammazzato la solitudine a colpi di Laura e le sue tettone.
Povera Laura, doveva sentirsi anche lei sola come un cane.
Dopo tutto quello che le avevo fatto, anzi, non fatto, dopo averla ignorata per mesi, rispondere positivamente e immediatamente alla mia ricomparsa improvvisa…
Non ce n’è, la solitudine è proprio una brutta bestia.
Facemmo il viaggio verso Sanremo chiacchierando amabilmente, come due vecchi amici, o come una vecchia coppia, senza ammiccamenti, niente di sessuale, si vedeva che anche lei aveva bisogno come me di evadere, o forse non avevo mai smesso di piacerle.
Arrivammo in Riviera giusto per ora di cena, trovammo un posto niente male, e ci demmo parecchio da fare con quello che dal mare era arrivato nei nostri piatti e soprattutto con un paio di bottiglie di ottimo Pigato.
La serata si prospettava tutta in discesa, invece forse per la stanchezza del viaggio, l’abbondante mangiata di pesce, le due bocce di Pigato, o forse per il fatto che avevo già ammazzato il mio demone della solitudine, come toccai il letto, tempo di dirle buonanotte e caddi immediatamente in un sonno profondo e colpevole.
Lasciai la povera Laura sola a rimuginare sulla stronzaggine mia e dell’universo maschile, triste sposa bianca di una notte senza ne sesso ne amore, a fissare una schiena russante, in dispregio ultimo della sua femminilità mortificata dalla mia indifferenza.
Ma il bello doveva ancora venire.

Quella notte non ebbi il favore di un sonno tranquillo: mi ritrovai a rigirarmi nel letto in uno stato di semincoscienza in preda a uno strano disagio… forse che mi sono mangiato mezza pescheria, forse il Pigato… minchia che buono che era… bello fresco… andava giù che era un piacere…
Nel mio stato di semincoscienza percepii che stava per succedere qualcosa, e come in sogno, mi abbandonai.
Mollai una di quelle bombe che capitano raramente nella vita. Dovettero sentirmi fino ad Albenga.
La bomba fu così forte che mi svegliai, così passando dal sonno alla veglia in una frazione di secondo mentre la bomba ancora riecheggiava nella stanza, vidi le tende che non erano le mie, il comodino che non era il mio, la tappezzeria che non era la mia…
Ommadre Benedetta!!! Non ero a casa mia… e non ero solo!!!

Cristo!! Laura!!! L’ho combinata… Che figura di merda!
In pochi decimi di secondo passai dal sonno alla veglia, allo sgomento, alla vergogna.
Dovevo fare qualcosa per rimediare.
E dovevo farlo subito.
In un attimo ebbi l’intuizione di far finta di dormire, così cominciai a far finta di russare, con un orecchio teso a sentire ogni minima reazione da parte della povera Ingegnera bombardata.
Per qualche minuto stetti in ascolto senza ricevere alcun segnale.
O era sorda, o era morta sotto i bombardamenti, oppure mi amava e mi aveva perdonato.

Ricordo la mattina mi svegliai col rumore di Laura in cucina che preparava la colazione. Mi alzai e la raggiunsi con un certo imbarazzo, era impossibile che non mi avesse sentito, ma dovevo dissimulare, io non sapevo niente, ero innocente, dormivo.
Lei fece finta di niente, io pure.
Vidi che aveva già preparato la sua borsa.
Bevvi un caffè orrendo mentre lei cancellava dalla casa le tracce del nostro passaggio.
Mi chiese se potevamo tornare subito a casa. Le risposi che non c’era problema.
Al ritorno feci Primo di Classe fino a 1300 cc.
Non la rividi mai più.
A posto così.


2 Responses to “Il sonno dell’innocenza”

  • avatar titoi d.c. Says:

    Io ho presente tutto, i sabati di novembre, i numeri delle ex, tutto. Sei il mio uomo. E cmnq tromba di culo, sanità di corpo.

  • avatar gùaz Says:

    kowalsky, lasciatelo dire, mi hai fatto piegare in 2 dal ridere. Adesso vado al lavoro col sorriso, grazie.

Leave a Reply

 

This blog is kept spam free by WP-SpamFree.