La nevicata

kowalski

La neve era caduta abbondante e ininterrotta per due giorni, col risultato che lo spesso manto bianco aveva ricoperto tutto, rendendo il paesaggio uniforme.
La città era semiparalizzata sotto quasi un metro di coltre candida, che aveva in qualche modo reso esotico il triste paesaggio urbano di una Milano periferica, venuta su nel secondo dopoguerra in nome della speculazione edilizia.
Edifici tutti più o meno uguali, parallelepipedi fatti al risparmio, funzionali solo allo stivaggio di famiglie costrette a vivere in modeste metrature, dai colori smunti, privi di qualsiasi concessione allo stile e alla bellezza,
Per questo noi giovani ribelli squattrinati delle Banlieues milanesi stavamo sempre fuori, al bar, ai giardinetti, sempre, anche sottozero.

La giornata si era conclusa con ampie schiarite a partire da Nord Ovest verso la penisola, aveva detto il telegiornale, infatti la sera si presentò ai nostri giardinetti con una magnifica stellata, che riverberando sulla coltre di neve che copriva tutto, rese la città incantevole, bellissima, immobile, sospesa nell’assenza quasi totale di traffico e di rumore, la raffineria, lo spedizioniere, le macchine parcheggiate, il Bar di Franco, la ferrovia, la casa della Tabaccaia, tutto era immerso in un’atmosfera magica, amplificata dalle tre o quattro canne che erano già girate in compagnia.

Mio padre sapendo della mia inclinazione alla guida, diciamo, sportiva, mi aveva saggiamente diffidato dal disseppellire la 127 di famiglia per andare a fare il pirla in giro.

Quanto mi sarebbe piaciuto fare un paio di bei traversi nel piazzale del cimitero, ma soldi ne giravano pochi, nessuno di noi aveva la macchina propria, tutti usavamo quella di nostro padre e tutti avevamo ricevuto il veto.
Era ormai quasi mezzanotte, il deca di fumo era finito, così come le nostre stralunate allegrie, eravamo fradici e infreddoliti nei nostri quasi Moncler e quasi Timberland, cinque ragazzi senza una lira, senza una donna, ingobbiti dal freddo, silenziosi e sbuffanti, cercando di riscaldarsi al calore dell’ennesima sigaretta, gli irriducibili, decisi a non mollare, a non far sparire troppo presto nel buio delle nostre case una serata così speciale.

Nel silenzio nevoso della notte ci arrivò da dietro l’angolo della Farmacia dapprima il rumore di un motore imballato, poi un tonfo, poi niente, poi rumore di messa in moto, una volta, due volte,tre volte, dieci volte.
Silenzio.
Qualcuno era in difficoltà.
Andiamo a vedere.

Come giriamo l’angolo, ci appare una Ford Escort mezza arrampicata sul montarozzo di neve che gli operai dello spedizioniere avevano spalato per liberare il passo carraio.
Accucciato a guardare sotto la macchina c’è un uomo.
Ci avviciniamo.
L’uomo si alza e bestemmia a squarciagola.
Lo conosco.
Non è un uomo.
E’ Miki Manuzza.

Miki Manuzza. Articolo 102: Delinquente Abituale.
Un criminale senza cervello, tutto istinto e follia. Uno dei guappi più conosciuti del quartiere, al punto che la madre fu costretta a trasferirsi a Cornaredo nella speranza che il figlio la smettesse di frequentare cattive compagnie.
Ma la cattiva compagnia lui ce l’aveva dentro, frequentava sempre il Bar Mistero, una fucina di malfattori H 24, bar e biliardo sopra, bisca clandestina sotto.
Miki era senza patente, gliela avevano revocata a vita. Ogni tanto mi capitava di incontrarlo la sera tardi mentre cercavo parcheggio e di sacrificare un ora di sonno per accompagnarlo a casa, mi raccontava sempre le stesse cose, risse, furti, rapine, arresti, botte, galera, io lo ascoltavo mentre guidavo, spesso si addormentava, diceva che guidavo bene, gli ero simpatico, mi chiamava O’Professore.
Una vera mina vagante, a noi “bravi guaglioni” si divertiva ogni tanto a metterci paura ma suo modo ci voleva bene, eravamo diversi, avevamo ancora speranza, a lui la speranza gliel’avevano tolta a 18 anni a San Vittore.

Ci chiama per aiutarlo a liberare la macchina, è visibilmente ubriaco ma scherza, per salutarmi fa finta di tirarmi un cazzotto,”Uèè Professòòòòò…” ride…è in buona, meno male.

In pochi minuti la macchina è in strada, grazie anche alle gomme da neve al posteriore.
Miki per ringraziarci ci offre una di fare canna di Hashish di quello giusto.
Saliamo tutti e cinque in macchina, siamo felici, la serata non è ancora finita.

Mi siedo davanti, gli altri quattro ammucchiati dietro.
Un groviglio di fili penzola da sotto il volante, lo guardo, ride mentre in meno di un minuto ha preparato una canna e me la passa da accendere.
“Tranquillo Professò… con la neve ‘a Madama sta in caserma”
La canna è di ottima qualità, i delinquenti avendo i ganci giusti si drogano sempre bene e in abbondanza, non fumano certo la segatura mista a bitume che fumiamo noi.
In breve la macchina è un delirio di risa, urla, fumo, frasi sconnesse, lacrime agli occhi, un casino.

Gianni, uno di quelli dietro, in un impeto di coraggio se ne esce con un:

– “Miki per favore fammi provare la macchina, dai”

– “Tu sì Pazz'” “Tu ce vò fa ammazzà”

– “Miki dai, solo il giro della casa”

Miki era veramente in buona, gli lasciò il posto di guida, prese il mio, io mi infilai nel carnaio di finti Monclèr dietro e partimmo.

Miki era in vena di scherzare, Gianni non fece in tempo a mettere la seconda che Miki cominciò a torturarlo, tirava il freno a mano, faceva partire il tergicristallo, gli strizzava i coglioni, suonava il clacson, gli gridava nell’orecchio, finchè lo obbligò a fermarsi per far attraversare suo nonno morto in guerra, noi dietro giuro stavamo quasi morendo dal ridere…

Si gira e fa:

– “Professò guida tu!”

Cazzo, un trazione posteriore sulla neve… con un bel peso dietro… non mi pareva vero!!!

Gianni mi cedette il posto con aria frustrata, mi misi al volante, partìì piano, temendo gli scherzi con assalto ai coglioni di Miki, ma fui lasciato in pace, mi rilassai e piano piano cominciai a prenderci gusto, feci la rotonda di Piazza Caserta tutta in un traverso unico per quattro volte, la ciurma sguaiata di drogati cominciò a gridare come fossero su un ottovolante, Miki rideva sotto i baffi e rollava un’altra canna, si fidava, ero gasatissimo.
Cominciai ad aumentare la velocità, quello che facevo in seconda ora lo facevo in terza, godevo come un matto, ero Walter Rohrl che volava di notte fra i tornanti del Col de Turini, ero Hannu Mikkola che sfidava le leggi della fisica e gli alberi al Rally di Svezia…

Mi infilo in una 90° davanti all’Ospedale Maggiore a velocità tanta roba… troppa roba… la macchina parte in un testacoda interminabile, il tempo si dilata come in uno slow motion drogato… wow – wow – wow – wow…

Vedo i giardinetti avvicinarsi davanti a me, il tempo riprende a velocità normale…

Prendo frontalmente in un boato il muretto di neve a lato strada che ricordai essere bello alto, voliamo nei giardinetti a 60 all’ora, atterrando nella neve fresca fino ai finestrini.

Silenzio.
Fumo dal radiatore.
Fine della corsa.
La ciurma non mi amava più.
Miki Manuzza mi guardò, non disse una parola, con un calcio aprì la portiera e sparì nella notte in cerca di un’altra macchina.

Questo racconto è frutto della fantasia di chi scrive.
Ogni riferimento a cose, persone, fatti realmente accaduti è puramente casuale.


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